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lunedì 18 giugno 2018

Il flusso totale di turisti aumenta nei primi cinque mesi dell’anno del 5,9%. Diminuiscono i visitatori europei



Durante i primi cinque mesi del 2018, l'arrivo dei turisti nella Repubblica Dominicana provenienti dall'Europa ha registrato un calo del -2,4%, secondo il rapporto del Banco Central sul flusso turistico.
La diminuzione ammonta a 13.998 passeggeri per via aerea, ed è dovuta a riduzioni di visitatori provenienti da Germania, Russia, Svezia, Spagna e Italia.
Lo studio rivela anche che le visite dal Centro America e dai Caraibi mostrano risultati negativi con una contrazione di 16.564 passeggeri e un calo percentuale del 18,0% principalmente a causa della diminuzione dell’arrivo di passeggeri residenti a Panama (-7.206), Porto Rico (-5.459) e Cuba (2,255).
Il Nord America continua ad essere la principale area di provenienza con il 61,3% di visitatori, seguito dall'Europa con il 23,1%, dal Sud America con il 12,3%, dall'America centrale e dai Caraibi con il 3,0% e dall'Asia e dal resto del mondo con lo 0,3% .
Nonostante questa diminuzione degli arrivi di turisti provenienti da Europa, America centrale e Caraibi, quando si analizza il flusso totale accumulato di visitatori non residenti, si osserva una crescita interannuale del 5,9%.
La Repubblica Dominicana è uno dei paesi dell'America Latina che dipende maggiormente dal turismo. Questa attività, oltre ad essere quella che ha contribuito maggiormente alla crescita dell'economia nel 2017 (6,8%), ha un ruolo fondamentale nella generazione di valuta e posti di lavoro.
Il 26% dei guadagni in valuta estera della bilancia dei pagamenti proviene da questo settore, che impiega direttamente uno su 13 lavoratori nel paese e indirettamente genera oltre 650.000 posti di lavoro.
Il contributo del turismo alla formazione del PIL è dell’8,4%.
Nel 2017 il 60% dei turisti è arrivato dall’America del Nord con quasi 3 milioni di visitatori, il 26 % dall’Europa nel seguente ordine (cifre approssimative): Russia (215.000, Francia (211.000), Regno Unito (171.000), Spagna (167.000), Italia (77.000) e dal Sud America (Argentina (165.000), Venezuela (101.000), Colombia (96.000), Cile (85.000) e Brasile (82.000), il 13,1% dal Centro America e Caraibi, Porto Rico (115.000).

venerdì 15 giugno 2018

La morte inattesa di un italiano a Bayahibe ha sconvolto la nostra comunità




Marcello Pica è deceduto il 5 giugno a causa di un improvviso malore, “infarto classico”, dice Graziano Lopatriello il noto agente immobiliare di Bayahibe che ha assistito in tutte le pratiche burocratiche  il fratello di Marcello, Domenico, venuto a prendersi il suo congiunto per portarselo a “casa”.
Marcello aveva 43 anni era di Sant’Arsenio in provincia di Salerno, primo maresciallo dell’Aeronautica Militare. Si trovava in ferie, era giunto insieme al collega e amico Michele Amato il 25 maggio a Punta Cana da dove entrambi gli amici si sono recati a Bayahibe.
Marcello è stato colpito da infarto mentre era in palestra. Un giovane uomo di sana e robusta costituzione, si suppone, in quanto militare e come tale soggetto a esami medici periodici molto rigorosi. Eppure il suo cuore non ha retto ed è morto sul colpo o almeno non si parla di un ricovero in ospedale.
E faccio riferimento a questo perché il 21 febbraio scorso il ristoratore lucchese cinquantaseienne Maurizio Del Magro ha avuto a Bayahibe anche lui un infarto, ma è deceduto nell’ospedale Central Romana di La Romana.
Il decesso di Marcello è avvenuto il 5 giugno e quindi una decina di giorni dopo l’arrivo. Domenico Pica suo fratello, presidente dell’Associazione Aeronautica, è arrivato subito dopo e in meno di dieci giorni grazie alla collaborazione dei connazionali di Bayahibe è riuscito a sbrigare tutte le pratiche necessarie al rimpatrio della salma.
Graziano Lopatriello e Domenico Pica

Di Domenico Pica dice Graziano Lopatriello: “Dispiace tanto averti conosciuto in questa tragica occasione... sei una persona splendida con un carattere eccezionale. Sfido chiunque a rimanere lucido in queste occasioni, arrivando in un paese straniero dove non conosci nessuno, e affidarti alle persone che trovi ad accoglierti in aeroporto.” E ancora: “Mi ha fatto un enorme piacere il fatto che abbia sottolineato ed ammirato la nostra cooperazione tra residenti qui in Repubblica Dominicana (in particolare a Bayahibe) per darti nella miglior maniera possibile un aiuto pratico, una parola di conforto o un semplice abbraccio in questo momento tragico.”
È importante che la nostra comunità abbia dato una buona impressione al connazionale Domenico Pica.  Penso che dopo la chiusura e la riapertura della nostra ambasciata siamo diventati più consapevoli della necessità di essere solidali tra di noi. Lo si vede un po’ dappertutto, a Bayahibe, a Las Terrenas, a Puerto Plata, a Bavaro, a Boca Chica, a Santiago e a Santo Domingo.
Marcello Pica e Michele Amato a Parigi il 25 maggio

Graziano Lopatriello ringrazia in particolare tutto lo staff  di Skull Gym , Lucia Stefanino e suo marito Danilo , il nostro Aldo Burzatta  di “Amigos del Caribe” che si è distinto ancora una volta per la sua disponibilità e che ha eseguito le varie traduzioni e procurato le necessarie autorizzazioni ufficiali, Anna Maria Ricci e Marco Comberlato per il supporto logistico, Ester Sarcinella e Marco Lavista “che hanno capito la situazione e che gli hanno dato carta bianca per il loro appartamento”, tutto lo staff della funeraria Blandino (in particolare Oscar)  per tutte le pratiche legate al rientro della salma.
Marcello Pica non era sposato e non aveva figli. Viveva da anni a Ferrara. Era primo Maresciallo dell’aeronautica militare. La sua salma sta rientrando in Italia. La accompagna suo fratello Domenico. Attualmente è a Madrid.
I  Funerali si svolgeranno domenica 17 giugno a Sant’Arsenio nella Chiesa di Santa Maria Maggiore alle ore 9,30.

Il sen. Merlo sottosegretario agli affari esteri: anche qui il nuovo governo conferma una politica in cui gli interessi dei cittadini italiani sono prioritari




Se il buon tempo si vede dal mattino possiamo dire che per noi italiani residenti all’estero le cose cambieranno presto radicalmente e in positivo. È stato nominato sottosegretario agli esteri il senatore Ricardo Merlo eletto nella circoscrizione Sudamerica e presidente del MAIE (Movimento Associativo Italiani Estero).

A parte i record da Guiness che si possono subito apprezzare a titolo di cronaca, primo fra tutti che si tratta della prima volta che un eletto all’estero entra a far parte di un governo italiano, c’è da notare la definizione di una linea ben precisa nella gestione del Ministero degli Affari Esteri.

Ricardo Merlo si è battuto da sempre per gli italiani della diaspora in generale, che sono tra l’altro i suoi elettori, per il ripristino dell’efficienza della rete diplomatica in particolare e contro la chiusura di sedi consolari e diplomatiche. La rete diplomatica è stata smantellata sistematicamente da quando Mario Monti è subentrato con una sorta di colpo di stato soft a Silvio Berlusconi nel 2011.

Tanto per fare un confronto, a quel tempo il governo ha puntato per il team di sottosegretari della Farnesina su persone che con il senno di poi non erano idonee a tale carica. Mario Giro legato alla Comunità di Sant’Egidio, un doppione del Ministero degli Affari Esteri è stato nominato sottosegretario. Questo personaggio non poteva non esercitare le sue funzioni con un occhio rivolto all’organizzazione di provenienza, la Comunità di Sant’Egidio chiamata anche ONU di Trastevere. 

Un evidente conflitto di interesse che si è poi concretizzato nel suo operato durante i 5 anni in cui è stato sottosegretario prima e vice ministro dopo all’interno del Ministero degli Affari Esteri. E a questi vanno aggiunti anche i due anni nei quali ha fatto parte del Ministero della Cooperazione Internazionale insieme ad Andrea Riccardi fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nominato ministro da Mario Monti.

Un dato di fatto incontrovertibile è che i governi Monti, Letta e Renzi hanno avuto un orientamento contrario agli interessi degli italiani residenti all’estero e favorevole alla collaborazione internazionale.

Situazione che ha condizionato la destinazione delle risorse della Farnesina in tutti questi anni con il risultato che l’Italia è fra i primi paesi per fondi erogati al terzo mondo e fra gli ultimi come efficienza della rete diplomatica e dei servizi consolari agli oltre cinque milioni di italiani che vivono oltre confine.

Con l’ingresso dell’on. Ricardo Merlo nella squadra della Farnesina si dà un segnale evidente e concreto di cambiamento che si è capito subito con l’introduzione della problematica estera nel contratto di governo penta leghista, ricalcando temi che sono il cavallo di battaglia del senatore italo-argentino.

Teniamo presente che il presidente del MAIE ha promosso delle manifestazioni alle porte di ambasciate e consolati italiani del Sudamerica e dei Caraibi. Ha segnalato inoltre a gran voce con tutti i mezzi a sua disposizione la carenza dei servizi consolari a seguito della sistematica mancata indizione di concorsi per l’assunzione di personale da parte della Farnesina. Il personale si è infatti ridotto del 20% negli ultimi anni. 

Ha denunciato anche l’ingiustificata chiusura di consolati dappertutto nel mondo e di ambasciate come ad esempio quella di Santo Domingo. Qui il senatore Merlo è intervenuto personalmente per ottenerne la riapertura. Tant’è che il MAIE con il 45% circa dei voti degli elettori, ottenuto nelle recenti elezioni del 4 marzo, è oggi il primo partito della Repubblica Dominicana.

A partire da Mario Monti premier e dai suoi successori, sostenuti dal PD e imposti praticamente dal presidente Napolitano e dai poteri forti, in ambito nazionale e all’estero gli interessi degli italiani sono sempre stati trascurati a favore di un interventismo verso il terzo mondo. 

Ora però si intravede una situazione molto diversa. 

Non per questo si deve pensare a un ritiro completo del nuovo governo da scelte di solidarietà internazionale, ma piuttosto a una dislocazione delle stesse nel territorio dei potenziali immigrati. E non mancherà nemmeno il controllo dei risultati, il che dovrebbe essere ovvio, ma non si sa mai. Infatti le generose elargizioni di fondi a piene mani anche a otto fra i paesi più corrotti del mondo fanno pensare a una corruzione strisciante dei funzionari della Farnesina uscenti coperta dalla extraterritorialità dei presunti reati. Pensare male non va bene, ma ci si azzecca spesso!

Sicuramente Ricardo Merlo si batte da sempre per il ripristino dei servizi consolari, per i diritti degli italiani all’estero e per la valorizzazione del sistema Italia. Appartiene anche a un mondo cattolico non esclusivamente di facciata. Non è quindi indifferente, benché non rientranti nella sua delega, alle sofferenze del terzo mondo e agli aiuti internazionali: una caratteristica innegabile del nuovo governo. 

Si intravede quindi un giusto equilibrio all’interno della Farnesina tra interessi dei connazionali all’estero a servizi consolari efficienti da una parte e solidarietà internazionale come compensazione alla chiusura all’immigrazione clandestina dall'altra. Ci si attende anche una destinazione di maggiori risorse al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nella prossima legge di bilancio.

Altro tema che si apre con questa scelta del senatore Merlo come sottosegretario agli esteri è il potenziamento del sistema Italia e cioè delle opportunità a livello di affari che vengono offerte ai prodotti made in Italy e alle prestazioni delle imprese italiane a seguito della presenza capillare e globale di nostri cittadini in ogni angolo del mondo.

Si è già parlato di camere di commercio internazionali. Il CGIE e i Comites sono in fermento. Sanno che i loro ruoli verranno potenziati! Tante buone prospettive, tante sinergie da sfruttare, tanto entusiasmo tra i connazionali all’estero! E tutto grazie a questa nomina gradita del sen. Merlo presidente del MAIE a sottosegretario agli esteri!

Se il buon giorno si vede dal mattino, siamo sulla buona strada!

martedì 12 giugno 2018

È deceduto il ristoratore italiano Gennaro Di Meo titolare del noto ristorante Agua y Sal di Boca Chica




Classe 1964, avrebbe compiuto 54 anni il 30 del corrente mese. Nato a Castellamare di Stabbia, maturità classica. Si è dedicato alla gastronomia.
È arrivato a Boca Chica nell’ottobre del 2013. Anteriormente per alcuni anni aveva soggiornato a Itanhaém nello stato di San Paolo (Brasile).
A Boca Chica si è affermato in poco tempo.
Partendo da un negozio piccolissimo di 5m2 per 2 dal nome “Gennaro Comida” si era esteso a tutta la “plaza”, prendendo in affitto dall’unico proprietario i piccoli locali e convertendo lo sgabuzzino iniziale nel Ristorante Agua y Sal.
Il segreto del suo successo: la pasta fresca.
Le volte che ci sono passato ho trovato il locale sempre pieno. Era sulla frequentatissima calle Duarte di Boca Chica che di notte diventa pedonale. Aveva molti tavoli anche lungo la strada. Tanta gente si fermava a bere qualcosa nel tipico bancone.
Era divorziato, aveva una figlia italiana Terry.
Nonostante la sua attività evidenziasse un grande volume di vendita, le cose non procedevano tanto bene per lui dal punto di vista economico.
Da circa un anno aveva perso il ristorante e subiva ancora le ripercussioni legali del fallimento mentre sognava nuove opportunità.
Un suo amico mi ha riferito che due settimana fa lo aveva contattato per trovare un volo economico perché voleva rientrare per un periodo in Italia. Poi non aveva saputo più nulla di lui. Un altro amico ristoratore si era imbattuto con lui due o tre giorni fa in un supermercato. È morto all’improvviso, soffriva già di cuore. Una trombosi lo ha stroncato.
Decisamente la Repubblica Dominicana non porta bene ai ristoratori.
Un’attività stressante. La morte di Gennaro Di Meo si aggiunge a tutta una serie di decessi di ristoratori che si sono verificati da un anno a questa parte. Alcuni hanno perso la vita a seguito di incidenti stradali, c’è stato qualche suicidio quanto meno dubbio, qualche decesso per cause naturale e c’è anche chi è morto in un incidente sul lavoro a conseguenza delle bruciature di terzo grado subite nel corso della sua attività di cuoco.
Tanto sacrificio. Ci vuole passione se no non si può fare. Molto stress e molta pressione.
L’altro giorno mi sono trovato con un connazionale che era felice di aver abbandonato la gastronomia una decina di anni fa. Ma per uno che molla ci sono tanti che ci vorrebbero provare. E ogni giorno che passa lo stress aumenta e non solo perché di per sé quella del ristoratore è un’attività stressante, ora bisogna aggiungerci anche la gestione contabile e fiscale che diventa sempre più complessa…

lunedì 11 giugno 2018

Nuove rivelazioni dello storico Moya Pons sull’estrazione dell’oro nella Repubblica Dominicana. Alla base del rilancio del paese come produttore a livello mondiale c’è un geologo italiano




Secondo lo storico Moya Pons la Barrick Gold Corporation produce in un solo anno un milione di once troy che equivalgono a 33,71 tonnellate per un valore monetario immediato di 1.300 milioni di USD pari a 63.700 milioni di pesos dominicani.
Moya Pons ha sostenuto che gran parte dell’oro estratto nella Hispaniola nell’epoca coloniale è rimasto nell’isola dal momento che soltanto 3.44 tonnellate del metallo prezioso sono state inviate a Siviglia, in Spagna, nella prima metà del secolo XVI.
Lo storico afferma inoltre che negli ultimi quattro anni, la Barrick Gold è riuscita a estrarre 135 tonnellate d’oro da un giacimento che fu scoperto dagli spagnoli nel 1505.
Questa storia è iniziata oltre 500 anni fa quando Cristoforo Colombo mise piede sull’isola. Il suo interesse per l’oro era tale che questa è la parola più menzionata nel suo giornale di navigazione: 153 volte. Il pepe, 45, le spezie 25…”-
Lo storico dominicano che ha pubblicato oltre 30 opere ritiene anche che non si saprà mai con precisione il volume totale di oro estratto dal 1494 fino alla metà del XVI secolo.
Ha inoltre aggiunto che l’ubicazione delle città all’epoca non era casuale in quanto queste venivano fondate nelle vicinanze di importanti miniere del metallo prezioso, come Bonao, Santiago o La Vega, il che ha fatto fiorire un’economia contadina basata sul lavaggio con un permanente interesse dello stato per la sua estrazione a partire dalla nascita della repubblica.
Una parte considerevole del metallo restava nell’isola per far fronte al pagamento di salari, servizi e forniture. L’oro era il mezzo di pagamento preferito nella Hispaniola anche se non coniato.
Moya Pons ha rivelato lo sviluppo di un’attività mineraria artigianale basata su padelle (batea) da parte di persone “povere e non tanto povere”. Per oltre 500 anni è stata un’attività mineraria praticata nello stesso modo in cui lo facevano gli spagnoli verso la fine del XV secolo e gli inizi del XVI. Nei periodi di maggiore povertà della colonia di Santo Domingo e anche in buona parte del periodo repubblicano, il lavaggio dell’oro è stato uno dei pilastri dell’economia contadina in determinate regioni.
Moya Pons ha sottolineato che questa attività viene ancora praticata in alcune zone del territorio nazionale anche se in minor misura, principalmente dalle contadine dominicane, in particolare nella Valle del Cibao.
Con la riscoperta della famosa miniera spagnola di Cotui da parte di un geologo italiano, Renato Zoppis de Sena, nel 1947, si è aperto un nuovo capitolo nella storia dell’oro dominicano. È stata eseguita da parte del governo di turno una stima dell’oro esistente nel cosiddetto Pueblo Viejo. Da questi studi emerse che esistevano grandi volumi di oro fusi microscopicamente in strisce che dovevano essere processate utilizzando procedimenti costosi fisico-chimici. Ed è così che la Repubblica Dominicana riacquistò la posizione di importante produttore del metallo.
Renato Zoppis de Sena era stato nominato direttore del settore minerario nel 1949 dal governo di Trujillo. I suoi studi non si limitarono all’oro, ma anche all’ambar per determinarne l’età e a tutti i minerali in genere. Ha pubblicato nel 1969 un Atlante geologico e mineralogico della Repubblica Dominicana e altre opere anche riguardanti il Nicaragua.

Altri articoli del blog sull'oro nella Repubblica Dominicana:

C'È LA FEBBRE DELL'ORO SULLE RIVE DEL FIUME HAINA

L'estrazione dell'oro alluvionale: un'esperienza che nella Repubblica Dominicana si può fare!

sabato 9 giugno 2018

La Repubblica Dominicana è all’undicesimo posto a livello mondiale tra le nazioni più colpite da eventi meteorologici estremi.




I disastri naturali "costano" alla Repubblica Dominicana 420 milioni di dollari l'anno e il paese è all'undicesimo posto tra le nazioni più colpite da eventi meteorologici estremi. Le organizzazioni sociali hanno raccomandato delle misure per un approccio politico responsabile alla stagione degli uragani del 2018.
La gestione del rischio di catastrofi deve essere assunta come priorità. Il Global Climate Risk Index 2018 di Germanwatch indica che la Repubblica Dominicana occupa l'undicesima posizione tra le nazioni più colpite da eventi meteorologici estremi. Il paese ha registrato una media di 210 morti all'anno (settima posizione a livello mondiale) nel periodo 1996-2015. Secondo lo studio Hotspot della Banca Mondiale, il 94,7% della popolazione dominicana è esposto a disastri. Allo stesso modo, il numero di eventi che hanno avuto un impatto sul paese è cresciuto negli ultimi 50 anni. Mentre in media la Repubblica Dominicana è stata colpita da un evento come uragani, inondazioni, siccità ed epidemie ogni due anni nel decennio degli anni '60, questa media è salita a quasi un evento all'anno dal 1990 e a quasi tre eventi (2.6) all'anno nel primo decennio del 2000.
Gli eventi come uragani e inondazioni colpiscono in modo sproporzionato le comunità più povere del paese. Secondo l'indice Climate Impact Vulnerability nella Repubblica Dominicana, le famiglie povere hanno il doppio delle probabilità di essere colpite da un evento climatico estremo. Allo stesso modo, secondo i calcoli delle Nazioni Unite, il 90% delle persone colpite da disastri proviene dagli strati più poveri della società.
Le donne e le bambine sono maggiormente colpite da fenomeni come uragani e inondazioni e hanno 14 volte più probabilità degli uomini di morire durante un disastro. Secondo lo studio "Donne e bambine nel contesto del disastro", dopo il passaggio della tempesta Sandy a El Rosario (Azua) nel 2012, "le relazioni e il sesso “transazionale” con uomini adulti sono diventati un modo di sussistenza o indipendenza dal nucleo familiare per le adolescenti."
Si dovrebbe investire nella prevenzione dei danni futuri. Per ogni peso investito in prevenzione si risparmiano da 5 a 8 nella risposta. Secondo i dati del Ministero dell'Economia, Pianificazione e Sviluppo, si stima che, nel complesso, le piogge di novembre 2016-aprile 2017 e gli uragani Irma e Maria abbiano causato perdite per 49.837,41 milioni di RD $. Queste perdite rappresentano il 7,98% della spesa pubblica prevista per il 2017 e l'1,5% del PIL del 2016. Secondo il MEPyD e la Banca mondiale, il danno medio annuo associato a disastri, principalmente uragani e inondazioni, è stato stimato in 420 milioni di USD (0,69% del PIL), cioè i disastri "costano" al paese 420 milioni di USD l'anno.
Nella Repubblica Dominicana ci sono più di 8.000 persone colpite da fenomeni naturali, che si trovano ancora nei rifugi "temporanei" nei quali sono state destinate oltre 30 anni fa. Il passaggio degli uragani Irma e Maria ha aumentato questa triste lista. Secondo le informazioni del censimento della popolazione e delle abitazioni del 2010, oltre 800 mila famiglie abitavano in aree vulnerabili, come le rive di fiumi e di torrenti. Ci sono inoltre 300.000 case che hanno un deficit qualitativo per i materiali con cui sono state costruite e che sono soggette a essere maggiormente colpite da uragani e inondazioni.

venerdì 8 giugno 2018

Mario Cavagliano il vercellese dipendente della nostra ambasciata che nel 1961 salvò il tirannicida Antonio Imbert Barreras, ma non solo…




Si ricorda in questi giorni il 57esimo anniversario dell’uccisione di Rafael Leonidas Trujillo. Un evento che ha cambiato il corso della storia dominicana del secolo ventesimo dopo trent’anni di ferrea dittatura. Un ritorno alla democrazia.
Con l’occasione si parla degli esecutori materiali del tirannicidio che sono considerati eroi a tutti gli effetti. Furono in tutto sette quelli direttamente implicati e altri ancora i coinvolti in modo indiretto. Soltanto due sono sopravvissuti. Uno grazie all’ìntervento di una coppia di connazionali, i coniugi Mario Cavagliano e Dirce Strozzi. Gli altri sono stati giustiziati da Ramfis Trujillo, figlio del tiranno.
Mario Cavagliano, classe 1913, alpino reduce della seconda guerra mondiale, era un dipendente dell’ambasciata italiana e anche se ciò non appare univocamente nei resoconti contraddittori che un po’ alla volta emergono, abitava al suo interno insieme alla sua famiglia. Lo si definisce talvolta funzionario importante, addirittura console. Invece la sua funzione era modesta, essendo in realtà un usciere. Al tempo, nelle sedi diplomatiche abitava di solito un connazionale alle dipendenze della Farnesina con la qualifica di usciere e fungeva da custode e factotum, un punto di riferimento all’interno e all’esterno, come difatti fu Mario Cavagliano, originario di Vercelli, per tanti anni.
Ed è lì che si rifugiò Imbert Barreras il 2 giugno 1961, tre giorni dopo la sua partecipazione all’omicidio di Trujillo. Ce lo portò un oriundo, al tempo console onorario, con la sua autovettura munita di targa diplomatica. Entrò all’interno dell’ambasciata e dopo che il fuggiasco, pistola in mano e pronto a tutto, abbandonò il veicolo, ripartì subito per non destare sospetti. Le strade erano ormai setacciate dalla polizia e dai delatori o “calieses” alla ricerca degli autori del tirannicidio di cui erano già noti i nomi.
L’oriundo in questione fu Francisco Ranieri, il padre di Frank Ranieri oggi presidente del Grupo Puntacana.
Anche Francisco Ranieri aveva partecipato indirettamente alla congiura. Era molto amico di Antonio Imbert Barreras con il quale aveva anche vincoli di parentela. In quel preciso momento non c’era un ambasciatore in carica nella nostra sede diplomatica. Si parla di un primo segretario della missione di cognome Trotti che sarebbe stato a conoscenza di tutto e che avrebbe acconsentito a dare rifugio a Imbert. In fondo un posto più sicuro di così difficilmente sarebbe stato possibile trovare. 
Antonio Imbert Barreras ci rimase in via Rodriguez Objio per sei mesi. Dopodiché uscì tranquillamente per la strada e si presentò in pubblico. Cinque dei sette attentatori morirono sotto atroci torture e altri complici fecero la stessa fine.
Imbert Barreras raccontò che durante il giorno rimaneva rinchiuso nella sua abitazione e di notte si recava nell’atrio adiacente dove ascoltava la sua radio protetto da un alto muro che lo separava dalla strada. Non occorre altro per farci capire che si trovava in via Rodriguez Objio.
I coniugi Cavagliano abitavano lì insieme alla figlia diciassettenne Liliana. Il figlio Gianni studiava in Italia.
Mario Cavagliano ha salvato Antonio Imbert Barreras, mettendo a rischio la sua vita e quella della sua famiglia. E ha salvato anche altri come avremo modo di vedere. Non si può quindi che confermare una partecipazione diretta della nostra sede diplomatica a favore degli oppositori del regime dittatoriale di Trujillo. Il tutto è rimasto negli anni abbastanza coperto, ma dopo la morte dell’eroe superstite del 30 di maggio, avvenuta nel 2016, proprio il 31 maggio, all'età di 96 anni, tante cose sono venute a galla e una di queste è la vicenda dell’occultamento di Antonio Imbert Barreras.
Più rocambolesco fu il salvataggio dell’oriundo Guido D’Alessandro (Yuyo), figlio dell’ingegnere pugliese che costruì tra l’altro anche il palazzo della presidenza. Un suo fratello fu vittima del regime ma Yuyo riuscì a salvarsi per il rotolo della cuffia grazie all’intervento di Mario Cavagliano e dell’interessamento dell’allora ambasciatore H. Solari. Dopo qualche giorno trascorso all’interno della sede diplomatica, ospite del vercellese, mascherato da turista, qualcuno dice, da prete, con una macchina fotografica, una copia del Times di New York sotto braccio e una parrucca bionda riuscì a imbarcarsi nel vaporetto SS Victoria dove venne accolto dal prete di bordo a seguito dell’opera di convincimento del vercellese. L’oriundo riuscì quindi a partire per Porto Rico da dove continuò a battersi con pubblicazioni sui giornali contro la tirannia di Trujillo. A proposito della sua fuga c'è da aggiungere che Guido D'Alessamdro ha sempre sostenuto di essere fuggito travestito da suora. Questa dovrebbe essere la versione più attendibile. L'oriundo è stato ambasciatore dominicano in Italia e tra i suoi collaboratori c'era anche il diplomatico e tenore italo-dominicano Enrique Pina.
Ma una volta fatto fuori il dittatore non è che tutto si sistemò definitivamente. Siamo nei Caraibi! C’è stata la guerra civile nell’aprile del 1965 con l’invasione dei marine statunitensi.
E anche qui vediamo un notevole protagonismo della nostra sede diplomatica. Vi hanno trovato rifugio si dice Manolo Tavarez e addirittura Francisco Peña Gomez. A sistemare le cose sempre il solito Mario Cavagliano.
Si parla anche di un colloquio avuto con l’ambasciatore italiano in carica dal colonnello Ilio Capocci, il sommozzatore italiano ex Decima MAS che istruì un corpo di elite dominicano, gli uomini rana, che diede molto filo da torcere agli americani. Il militare italiano abbracciò la causa dei costituzionalisti e trovò la morte nel palazzo della presidenza in un assalto temerario. Ma a questo punto è lecito chiedersi se Ilio Capocci parlò al telefono con l’ambasciatore o con Mario Cavagliano. Sta di fatto che finito il colloquio l'ex Decima MAS sostenne che “un uomo non può scegliere dove nascere, ma sì dove morire”.
Qualcuno si chiede come mai tra tanti eroi dominicani ai quali sono stati dedicati strade dappertutto, non ci si è ricordati di Mario Cavagliano che ne ha salvati più di qualcuno. Una domanda giusta! Speriamo che in occasione del 120esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Repubblica Dominicana ci si ricordi anche di questo connazionale e di sua moglie. In fondo se lo meritano!