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mercoledì 4 ottobre 2017

Gli immobili di proprietà demaniale italiana adibiti all’attività diplomatica tornano con forza alla ribalta! Sono al centro dell’attenzione da tre anni, ma oggi più che mai!



Il tema degli immobili della sede diplomatica di Santo Domingo torna di attualità. Se ne è parlato molto e si sono fatte delle illazioni. In fondo se il traffico visti non si riusciva a dimostrare da qualunque punto di vista lo si prendesse in considerazione e se non c’è stato alcun risparmio nella chiusura della nostra ambasciata, l’attenzione di chi cercava delle risposte non poteva non soffermarsi sugli immobili della sede diplomatica di proprietà demaniale che sono tre, uno adibito a sede consolare, l’altro a residenza dell’ambasciatore e infine un terreno edificabile destinato presumibilmente alla costruzione della Casa d’Italia. Valore stimato complessivo 15 milioni di euro.
Ecco allora che il disegno del risparmio appariva al tempo più chiaro: non si trattava di un taglio delle spese, ma di un realizzo di beni immobili che avrebbe dato una forte spinta al budget di risparmio che si erano preposti il sottosegretario Mario Giro e la ministro ex-radicale Emma Bonino. Una vendita impossibile perché a suo tempo circa 115 anni fa il connazionale donatore, che conosceva evidentemente i suoi polli, saggiamente sottopose la donazione a delle condizioni d’uso. Qualora questi immobili non fossero stati più adibiti a sede diplomatica, la proprietà sarebbe ritornata agli eredi del donatore. Una clausola che ha funzionato ed è per questo che oggi gli immobili sono ancora di proprietà del demanio italiano.
Mario Giro a quanto pare se ne risentì e tanto per dimostrare che degli immobili non gliene è mai importato nulla ha dichiarato nell’ottobre del 2016 nell’incontro presso la Casa de Italia che si augurava una sede più dignitosa per la nostra ambasciata. E da questa sua affermazione nasce questo progetto di nuovi e più decorosi locali di cui si è fatto promotore il dott. Andrea Canepari. Ma entriamo nel dettaglio di quanto accaduto negli ultimi tre anni.
Con avvisi pubblici emessi il 21 e il 24 novembre 2014 l’incaricato d’affari Olindo D’Agostino ha reso nota la cessione a titolo gratuito di alcuni beni e la vendita di altri beni mobili della cancelleria e della Residenza dell’ambasciatore.
Si presume quindi che al primo gennaio 2015 i locali fossero completamente vuoti. Una parte dei beni mobili è stata regalata e l’altra è stata venduta. Era infatti in progetto la cessione anche degli immobili. E l’allora sottosegretario agli esteri Mario Giro aveva avuto modo di dichiarare che i beni immobili e mobili dell’ambasciata di Santo Domingo sarebbero stati ceduti o affittati seguendo procedure pubbliche. Questo invece non era possibile legalmente per le condizioni apposte dal donante alle quali accennavo prima. La chiusura dell’ambasciata avrebbe potuto far sorgere controversie legali tra gli eredi del donante da una parte e il governo italiano dall’altro con il rischio di dover restituire a loro quegli immobili.
Comunque il Ministero ha istituito a Santo Domingo la sezione distaccata dell’ambasciata di Panama diventata operativa dal 9 febbraio 2015 ed ha designato il consigliere di legazione Mauro Livio Spadavecchia come funzionario diplomatico incaricato di dirigerla. Questi ha raggiunto la sede poco dopo. I compiti che gli erano stati assegnati sempre con l’accordo e la supervisione dell’ambasciatore a Panama riguardavano il mantenimento delle relazioni politiche ed economiche con il governo dominicano.
Il dott. Mauro Livio Spadavecchia e il personale a sua disposizione avrebbero trovato sistemazione all’interno della Delegazione dell’Unione Europea. La cessione degli immobili dell’ambasciata era ormai ritenuta cosa fatta.
Al riguardo sostiene il Di Gesù nel suo libro: “…sotto l’aspetto del prestigio e della logica come fa uno stato a possedere ampi locali per gli uffici e una bella residenza per il suo rappresentante ufficiale e non occuparli, bensì venderli o affittarli e lasciare invece che il suo rappresentante lavori in un ufficio dell’Unione Europea e abiti in qualche dimora presa in affitto? “
La Commissione Europea in ultima analisi ha rifiutato di autorizzare la sua Delegazione a Santo Domingo ad ospitare nei propri locali l’ufficio del capo della sezione diplomatica italiana. E sostiene ancora il Di Gesù: “Anche da ciò si desume la leggerezza e il pressapochismo con cui è stata condotta l’intera operazione da parte del Ministero italiano degli Affari Esteri.”
La sezione diplomatica italiana veniva quindi ospitata in un immobile demaniale italiano ed era tenuta a esporre non la bandiera italiana ma quella europea.
La sede di via Objío è rimasta in realtà abbandonata per poco tempo perché dopo nemmeno due mesi dalla chiusura dell’ambasciata era già di nuovo funzionante anche se in altra veste.
C’è stato anche tutto il tempo a partire dal decreto di riapertura e fino al 26 giugno 2017, data del ripristino della piena operatività dell’ambasciata, per eseguire eventuali ammodernamenti e riparazioni.
Se ciò non è stato fatto è semplicemente per la totale mancanza di volontà di farlo in modo da venire incontro al “capriccio” a cui ho prima accennato di Mario Giro.
L’ambasciatore Canepari ha snobbato anche la “lussuosa residenza” che da sempre i suoi predecessori sono stati fieri di occupare.
Evidentemente i suoi gusti sono molto raffinati e non intende rinunciare a niente.
Quando tra poco verranno destinati i fondi per le varie sedi diplomatiche per l’anno 2018 non ci sarà nemmeno da sognarsi per la sede di Santo Domingo una situazione diversa da quella attuale a livello di “risorse” volte al disbrigo dell’attività consolare. Queste semmai copriranno le spese per la “funzionalità e il decoro” degli immobili della cancelleria e della residenza dell’ambasciatore.
In proposito sostiene l’ex diplomatico Calogero Di Gesù nel suo libro “Dietro le quinte della Farnesina”:
“È ovvio rioccupare in permanenza ufficialmente le sedi della cancelleria e della Residenza che sono di proprietà dello Stato italiano e ciò per vari motivi: per non rischiare di dover restituire i due immobili agli eredi del donatore, perché per le stesse ragioni ora dette potrebbe essere giuridicamente problematico venderli o affittarli, e infine perché la loro manutenzione potrebbe essere più conveniente rispetto all’affitto di due nuovi immobili adeguati a fungere da cancelleria e da residenza…”