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mercoledì 21 giugno 2017

Per i politici il taglio delle spese è in realtà un travaso. La spending review della Farnesina non sfugge a questa regola



Con Mario Monti il premier "tecnico" imposto dall'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano grazie all'appoggio dei media, della magistratura, dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e della finanza internazionale inizia un'epoca caratterizzata dalla necessità imperativa di ridurre il debito pubblico. I percorsi da seguire a tal fine erano solo due: il taglio delle spese e l'aumento della crescita economica e quindi del PIL e degli introiti fiscali.

Purtroppo non sempre un abbattimento di una spesa crea spazio alla riduzione del debito, anzi quasi mai, perché a tal fine servono maggiori o uguali risorse. Le spese invece sono strettamente legate ai ricavi. Se è dubbio chi sia nato prima, se l'uovo o la gallina, nel rapporto spese-ricavi c'è una correlazione stretta e le spese precedono sempre i ricavi. Senza spese non ci sono ricavi.

Ho sempre sostenuto che la riduzione delle spese non rientra nella mentalità del politico. Una cosa è ciò che la gente pensa e un'altra ben diversa è ciò che il politico ha in mente. Per il politico non ci sono riduzioni, ci sono solo veri e propri travasi. Non si spende più qui, si spende di là, e cioè dove conviene a lui o alla sua lobby.
In buona sostanza il tentativo di riduzione della spesa pubblica così come è stato portato avanti in questi anni ha comportato la chiusura di moltissime imprese con conseguente riduzione del PIL e dell'occupazione e l'inesorabile aumento del debito pubblico che si voleva abbattere parzialmente. La spesa è rimasta uguale perché si è tagliato da una parte per aggiungere da un'altra, ma in termini relativi è aumentata perché il PIL è diminuito.
La riduzione delle spese nella Farnesina nasce male con la scissione da parte di Mario
Monti del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) in due ministeri, uno per gli esteri (MAE) e uno per la cooperazione internazionale (MCSI) e il posizionamento ai vertici di quest'ultimo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, l'ONU di Trastevere, che si occupa di aiuti e quindi anche di cooperazione in oltre 70 Paesi. Un evidente e doloso conflitto di interessi! La nazione Italia ai fini della cooperazione internazionale si inchinava alla volontà di privati a cui non potevano stare a cuore gli interessi degli italiani, ma soltanto i propri. L'attività della cooperazione diventò più importante della rete diplomatica e lo smantellamento di questa durante tutti questi anni servì per sostenere l'altra, più affine agli interessi dei funzionari piazzati proprio lì per fare i loro comodi.
I due ministeri tornarono a riunificarsi nel 2013, ma Mario Giro, delfino di Andrea Riccardi, vi rimase al suo interno come bandiera della Comunità di Sant'Egidio. E il suo operato ha mirato continuamente a smantellare la rete diplomatica per promuovere la cooperazione, a privatizzare i servizi consolari, favorendo le figure onorarie, amici e partner per lo più provenienti dal settore della cooperazione e ad affidare i visti a società offshore dalle quali nulla trapela su assetto societario, utili e pagamenti vari.
Con la sciabola della spending review questo funzionario e altri come lui hanno imperversato nella nostra rete diplomatica, distruggendo di fatto una struttura che era già all'osso in partenza. La nostra spesa per i rapporti con l'estero era al tempo, e tanto più lo è oggi, molto inferiore a quella degli altri paesi industrializzati.

Dire ad esempio che la sede di Santo Domingo si autofinanziava, così come stanno le cose, non vuol dire niente, perché la Farnesina vede solo quello che si spende. Non vede le entrate, quelle vanno a finire nel cumulo ricevuto dallo Stato e non hanno vincoli di ridestinazione all'estero. La rete diplomatica quindi spende soltanto e basta. Così le cose non quadrano!
In questi giorni si parla del costo della richiesta del riconoscimento della cittadinanza che è di 300 euro. Cifra elevata si dice, che però la Farnesina non vede, perché va a finire nel solito cumulo. La Farnesina vede soltanto quanto costa mantenere la sede e non sa quanto se ne ricava.
Penso allora che non sarebbe fuori luogo incominciare attraverso i parlamentari della circoscrizione estero che i legislatori approvino una legge che preveda che ogni sede diplomatica e ogni sede consolare in giro  per il mondo sia considerata un centro di costo a se stante nel quale confluiscano le spese e i ricavi e del quale si facciano relazioni di convenienza per potenzialità di generazione di affari e di diffusione del made in Italy.
È il minimo che possiamo pretendere.
E vista la particolarità del settore estero, le cifre introitate dovrebbero essere vincolate a una ridestinazione alla rete diplomatica.
Avremmo così il potenziamento costante della stessa e di risparmio non occorrerebbe più parlare. Se del caso, se la situazione delle spese dovesse diventare insostenibile, le comunità laddove queste sono numerose potrebbero anche collaborare.